L'ENTROBOLARIO
IL DIZIONARIO DELL'ENTROTERRA

 

Magna Mater (Cibele)


Cibele (Kubele; latino: Cibelis) fu un'antica divinità anatolica (attuale Turchia asiatica), venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvatici.

Il centro principale del suo culto era Pessinunte (1), nella Frigia (in Anatolia per l'appunto), da cui attraverso la Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente. Nella mitologia greca fu identificata con Rea.

Cibele viene generalmente raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e con su il capo una corona turrita (2).


Rea

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Nella mitologia greca, Rea è una titanide, figlia di Urano e di Gea, sorella e moglie di Crono e madre di Ade, Demetra, Era, Estia, Poseidone e Zeus. Ogni suo figlio viene divorato da Crono, perché Urano e Gea l'avevano allarmato con la profezia, secondo la quale, i suoi figli lo avrebbero defenestrato. Solo Zeus è riuscito a sopravvivere a questo destino, grazie al parto eseguito di nascosto da Rea nell'isola di Creta, e riuscirà, una volta divenuto maturo, a spodestare il padre e i suoi pari Titani (con l'aiuto dei Ciclopi e gli Ecatonchi suoi alleati).
Zeus poi farà rigurgitare i fratelli divorati dal padre Crono.

Rea presenta una forte associazione con Cibele, dalla quale non è sempre distinguibile, essendo rappresentata su un carro tirato da due leoni.

Nella mitologia romana, Rea è Magna Mater deorum Idaea e identificata con Opi.

 

Mito di Cibele e Attis

Collegato con il mito ed il culto di Cibele era il giovane dio Attis, a volte considerato suo figlio, che in un primo momento aveva ricambiato il suo amore, ma che in seguito si innamorò di un'altra donna.

Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi. La tradizione vuole che Attis sia poi resuscitato.

Nelle cerimonie funebri, che si tenevano in suo onore durante l'equinozio di primavera, i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica.

Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale, come nella Patera di Parabiago, piatto d'argento, finemente lavorato a sbalzo, risalente alla seconda metà del IV secolo e ritrovato nel 1907 nella cittadina in provincia di Milano.

 


Culto nella Roma antica

Cibele e Atti sul carro rituale, dalla patera di Parabiago, risalente alla seconda metà del IV secoloIl culto di Cibele, la Magna Mater dei Romani, fu introdotto a Roma il 4 aprile 204 a.C., quando la pietra nera, simbolo della dea, vi fu trasferita da Pessinunte e collocata in un tempio sul Palatino. Per celebrare tale evento, durante la Repubblica venivano organizzati dei giochi in suo onore, i Megalesia, o Ludi Megalensi.

In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una connotazione misterica e soteriologica.

In suo onore si organizzarono delle festività annuali, che prevedevano il rito del Sanguem dal 15 al 28 marzo.

Il culto venne proclamato ufficiale dell'Impero Romano a Lione nel 160 d.C.

Wikipedia e Giovanni Vallone

1) Pessinunte fu il mitologico regno di re Mida, il famoso imperatore che trasformava in oro tutto quel che toccava e che, nel mito, fu fondatore del tempio di Cibele, madre del re stesso. Cibele era la madre degli dei nella tradizione frigia, e la sua importanza è il motivo stesso dell'esistenza di Pessinunte. Il coinvolgimento romano nella storia di Pessinunte si ebbe con il dominio di Pergamo. Nel 205 a.C., la repubblica romana incorporò il culto della Grande Madre (noto anche come Magna Mater o Culto di Cibele). Questo inglobamento di religioni provinciali fu un tema ricorrente presso i romani.

2) La corona muraria (latino: corona muralis), detta anche corona turrita, quando vi compaiano anche delle torri stilizzate, era una corona utilizzata come onorificenza della Repubblica e dell'Impero romano. Era il massimo simbolo di valore militare e spettava al primo uomo che avesse scalato le fortificazioni di una città nemica.

 

Magna Mater ad Akrai nella cosiddetta area dei Santoni.

La Grande Madre

La Grande Madre è una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifestano la terra, la generatività, il femminile come mediatore tra l'umano e il divino.

Alcuni la considerano sorta durante una mitica (e mai dimostrata) fase matriarcale, che le società di cacciatori-raccoglitori avrebbero condiviso.


La venere di Willendorf

 

Mitologia

Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (c.d. "Veneri") ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome.

Lungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le "competenze" della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio, per sovrintendere all'amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Artemide-Diana).

Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea).

Ad esempio, nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra / Cerere-Persefone / Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell'uomo di rinascere come il seme rinasce dalla terra.

L'evoluzione teologica della figura della Grande Madre (giacché nulla va perduto, nel labirinto della mitologia) venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica.

Finché le religioni dominanti ebbero carattere politeistico, un segno certo di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea; Demetra è figlia di Rea).


Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è poi la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici che ne richiamano l'orizzonte originario.

Ad esempio:

il dominio sugli animali, che accomuna i leoni alati che accompagnano Ishtar, la cerva di Diana e il serpente ctonio della dea cretese;
l'ambientazione tra rupi (o in caverne, a ricordare il carattere ctonio della divinità originale) e boschi, o presso acque;
il carattere e i culti notturni.
Anche nel mutare delle religioni, la memoria della divinità arcaica, "signora" di luoghi o semplicemente di bisogni umani primari, si mantenne e si trasmise lungo le generazioni, dando luogo a culti forse inconsapevolmente sincretistici (le cui ultime propaggini possono essere considerate, ad esempio, le molte Madonne Nere venerate in Europa).

Nell'area mediterranea ne conosciamo i nomi e le storie, nelle diverse civilizzazioni in cui si impose, dall'epoca protostorica:

in area mesopotamica (V millennio AC): Ninhursag
in area anatolica (II millennio AC): Cibele
in area greca: Gea
in area etrusca: Mater Matuta
in area romana: Bona Dea o Magna Mater
La variante nordica della Grande Madre, portata fino alle Isole britanniche da migrazioni di popoli pre-achei verso nord ovest, è secondo Robert Graves la Dea Bianca della mitologia celtica (colei che a Samotracia si chiamava Leucotea e proteggeva i marinai nei naufragi).

 


I compagni della Grande Madre

L'universo cultuale della Grande Madre prevedeva anche, benché non sempre, figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive (come i Dattili di Samotracia).

L'evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale sembrano confermare per sottrazione l'idea di un'origine matriarcale della civilizzazione, sia per la forte accentuazione di "figlio della dea" - e la dea rimanda alla Grande Madre, anche se ha un altro nome - che viene attribuita a talune divinità maschili particolarmente legate alla terra (Dioniso, per tutte); sia perché la modifica e l'individuazione in senso patriarcale del Pantheon sono attestate in epoca relativamente tarda, quando gli uomini avevano preso coscienza della propria potestà generatrice; sia, infine, per il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea e il suo compagno, caratterizzato dall'essere minore di lei, per età e per poteri, e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio (si veda in proposito la coppia Cibele-Attis).

 

 

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