Il
borgo abbandonato
Un tratto del borgo si Sicaminò
(clicca sulla foto per ingrandirla)
Potere
dell'immaginazione...
Il borgo
di Sicaminò si trova a circa 5 chilometri dal paesino di Gualtieri
Sicaminò.
Oggi è
completamente abbandonato, o quasi, ma fino ad un recente passato
è stato ferace di uomini e prodotti della terra.
Il
borgo, un tempo dimora dei duchi Avarna, ormai quasi interamente disabitato,
è segnato all’ingresso da un Obelisco.
Percorrendo
le sue vie si notano i resti di antiche costruzioni: le case dei contadini,
l’abitazione dell’amministratore del feudo, antichi forni,
la scuola rurale che porta il nome della duchessa Magda Avarna, un’antica
fornace.

Si sviluppa
su due stradine parallele tra loro ed unite di tanto in tanto da romantici
scorci, come questa scalinata in fotografia.
Questa era la piazza di un tempo, a ridosso di una scuola.
Questi hanno dimenticato sedie e cose varie fuori porta.
Passeggiamo
avvolti dal fascino del silenzio spettrale tipico dell'abbandono.
Sono in
compagnia di Piero Bonarrigo ed un amico di Piero, chiacchierone come
pochi.
Non c'è
nessuno o quasi.
Sento dei
rumori dentro una casa e accenno: "C'è qualcuno ?"
Si affaccia
una ragazza ed una signora più grande (la mamma). La giovane
è spettacolarmente identica, assolutamente uguale a Mimma la
mogllie del ciaramiddaro Ivan Calì (vedi scheda su Monte Venere):
è sua sorella !

Entrambe
hanno scelto di vivere in due posti incredibilmente simili, isolati
dalla civiltà.
Veramente
pazzesco !
"Mi
saluti a Mimma se la vede ..." mi dice l'arabeggiante ragazza
di Sicaminò.
Per il
resto camminiamo in mezzo a file di case basse silenziose.
Qualcuno,
nostalgico, ha rimesso in sesto una vecchia casa di famiglia e d'estate
ci viene a passare le ferie.
Le origini
del borgo sembrano essere antichissime.
La
storia ci racconta di questi feudatari, sin dai tempi dei Normanni..:
Gualterio Gavarretta (1123) > … > Giovanni Sicamino (1272)
> Ruggero
Sicamino (1282) > Ambrogio Sicamino (1335 ca) > Geraldo Sicamino
(c. 1373)
Il
borgo già ai tempi doveva essere florido, con tanto di chiesetta,
forno comune ...
Nel
1838 c'erano 2430 persone. (Compendio della storia di Sicilia,
Pietro Sanfilippo, 1838).
Nel
1858 c'erano 2867 persone e si esportavano agrumi, vino ed olio.Dizionario
geografico, statistico e biografico della Sicilia, 1858.
Giovanni
Vallone

Il
palazzo e la chiesa palatiale

A
dominio del borgo, imperioso, c'è il Palazzo Avarna, anch'esso
ad un passo dall'abbandono.
Nel senso
che è abbandonato ma ancora non ammuffito.
Ecco la
scheda dell'edificio:
Uno degli edifici più affascinanti di Sicilia fosse solo perché
adesso occupa, solenne e austero, una borgata praticamente disabitata
con questo gioiello di architettura ispirata alle forme gotico-catalane.
Il castello è inoltre affiancato dalla cappella baronale della
famiglia Avarna, edificata nel 1896.
Questa
veniva aperta solo ad anni alterni per la festa della Madonna delle
Grazie.
La storia del borgo è particolarmente legata a quella di questa
famiglia, imparentata con gli Altavilla e che fece la sua comparsa
in Sicilia con l’avvento degli Svevi, quando un ramo della famiglia
passò in Sicilia.
L’8 marzo 1756 Sicaminò, con sentenza del tribunale della
Gran Corte Civile, viene assegnato a Giuseppe Avarna, discendente
dei baroni di Sicaminò. Nel 1793 il barone Bartolomeo Avarna
ottenne, con dispaccio del 15 aprile , da Ferdinando I di Borbone
la licentia populandi. Nel 1798 si contavano già 205 abitanti.

L'ingresso del palazzo (clicca sulla foto per
ingrandirla)
Il
16 dicembre 1800 la ducea di Gualtieri viene acquistata da Bartolomeo
Avarna, barone di Sicaminò. Ma i due territori, pur riuniti
nella persona dello stesso feudatario, continueranno ad amministrarsi
separatamente. Sarà il duca Carlo Avarna, primo ministro del
Regno delle Due Sicilie, a condurre in porto nel 1835 l’unificazione
dei due Comuni.
Bartolomeo Avarna fu colui che costruì questa sontuosa dimora.
Morì a Palermo il 16 gennaio 1811, senza lasciare figli e discendenti,
per cui l’eredità venne raccolta prima dal fratello Carlo
e poi, nel 1837, dal fratello Nicolò. Da quest’ultimo
il feudo passò al figlio Carlo e poi al nipote Nicolò,
che nel 1874 sposò Giulia di Somma, la baronessa rimasta nella
memoria collettiva per la sua immensa bontà. Nicolò
e Giulia non ebbero figli. Il feudo di Sicaminò sarebbe spettato,
quindi, al nipote Carlo. Ma il vecchio Nicolò, non approvando
che questi avesse sposato una polacca non aristocratica, dispose con
proprio testamento che i beni di famiglia non fossero ereditati né
da Carlo, né dal piccolo Giuseppe, frutto di quell’unione
da lui tanto osteggiata, ma fossero affidati invece a un curatore
fino alla nascita del figlio di Giuseppe. Per tale strana disposizione
testamentaria la famiglia Avarna è rientrata in possesso dell’ex
feudo il 21 marzo 1943, con la nascita di Carlo, titolare fino a pochissimi
anni fa.
Dal 1812, anno di soppressione dei feudi in Sicilia, la baronia ha
assunto l’aspetto e la veste giuridica di una grande azienda
agricola. Tuttavia nel linguaggio locale Sicaminò rimane sempre
“u feu” e i suoi abitanti, ridotti ormai a una decina,
vengono ancora designati con il termine “fuoti”. Dalle
lapidi presenti nella chiesa e dalla documentazione più recente
ricaviamo i nomi di tre amministratori che hanno curato la gestione
dell’azienda negli ultimi due secoli: Cosimano Matranga (dal
1813 al 1866), Letterio Cucinotta (dal 1890 al 1926), Edmondo de Giacomo
(dal 1926 al 1943).
Giovanni
Vallone
Il
duca Avarna e le campane dell'amore
e Chiacchiere di Trinacria
Il
vero motivo per il quale si è deciso di ispezionare questo
borgo siciliano in realtà altro non era che una registrazione
per Chiacchiere di Trinacria, il nuovo programma che sto
realizzando per
.
La storia
del duca Avarna meritava un approfondimento.
Poteva
essere una delle storie da inserire in Chiacchiere di Trinacria.
Lo sarà.
Dunque:
questo tizio, signorotto del borgo, ha condotto una vita a dir poco
esilarante.
Se la vita
di un essere umano potesse essere infilata in un menù, potremmo
dire che il percorso del duca è stato esattamente convenzionale,
con dolce (avvenente sposa quarant'anni più giovane di lui)
e amaro (morto incendiato e senza il becco di un quattrino) finale.
In
precedenza il buon nobile aveva fatto sfoggio di bizzarria, soldi
spesi a profusione, e marachellonate di ogni genere.
Ad
esempio: lungo la strada che porta a Sicaminò sul muro si nota
una scritta "Contava meno, segnava più",
che pare essere stata messa dai suoi coloni e si riferisce al fatto
che il duca quando gli portavano i prodotti della terra al momento
di pesarli ci toglieva qualche chilo e quindi gli pagava di meno (contava
meno) con conseguenza che nelle sue tasche entravano più soldi
(segnava più)

Viveva
nel palazzo di cui sopra ma finì la sua esistenza nell'attigua
casetta, buttato fuori dalla moglie, giustamente.
Si
era infatti innamorato di una hostess quarant'anni più giovane
di lui ed aveva deciso di portarla in questo borgo.
Gente
del posto diceva che di tanto in tanto si vedevano cavalcare tra i
boschi di Sicaminò., completamente nudi.
Questa
Tava era una gran sventola, così si dice in paese.
Il
vero scoop era la campana che il duca suonava ogni qual volta finivano
di fare l'amore.
Le
suonava perchè dalle parti della terrazza aveva un campanile
e soprattutto per far dispetto alla moglie che abitava nell'attiguo
palazzo-castello.

Questa
campana è leggendaria e dopo circa 17 anni l'ho rifatta suonare
io. Ma senza Tava.
Durante
la sua vita il tizio aveva divorato un capitale tra viaggi a Cortina
d'Ampezzo, Roma, donne ...
Po
gli anni passarono il duca invecchiava, Tava se ne era andata ma veniva
a trovarlo continuamente fin quando un giorno Avarna fu trovato incendiato
dentro la sua ormai misera abitazione.
Sono
andato a vedere dove il duca ha passato gli ultimi anni della sua
vita.
Con
grande sorpresa dei miei accompagnatori sono entrato dentro la casa
dell'amore, chiamiamola così.
Il
fascino dei luoghi abbandonati, diruti, acceca la mia ragione.
Prima
o poi mi beccheranno e mi faranno una mazzo così !
Ma
forse no ...
Insomma,
la procedura è sempre la stessa: scavalco ed entro, infischiandomene
della scritta "Proprietà privata duca Giuseppe Avarna".
D'altronde
lavoro per la storia, e qua non scherzo.

Entro
in un mondo fantastico, come ogni qual volta il mio animo decolla
verso il regno delle sensazioni.
Non
so cosa ho detto ma è poco importante.

La
casa è la sopra.
Salgo
una scaletta, romantica direi, ed arrivo alla porta d'ingresso.
Le
stanze si snodano una dopo l'altra, senza inutili corridoi.

Il
tetto è kapput

Mi
colpisce un imperioso camino, imperioso per la casa.

Qua
e la noto delle pietre, da collezione o comunque da una che gli piacciono
le pietre. Gessi, calcari, zolfi ... il duca doveva averne una passione.
La
cucina è a dir poco essenziale. Accanto ad essa una serie di
posate arrugginite dal tempo.

Il
duca era un intellettuale, mattacchione ma intellettuale.
La
macchina da scrivere, logora, testimone di chissà quali pensieri
della mente tradotti dal ticchettio dei suoi tasti, giace abbandonata
tra le erbacce che ormai hanno invaso il pavimento di una casa che
fù.
Stoppo
d'improvviso l'adrenalina che scorre dentro me.
L'eccitazione
diventa riflessione: ecco la vita ed ecco la morte.

Con
la punta dell'occhio vedo la campana, la mitica campana.
Cerco
la strada per salire su in terrazza, fino a lei.
Mi
faccio strada tra le erbacce di una stretta scala ed arrivo ad un
passo da lei.

Non
posso che farla risuonare.
Da
lassù vedo i miei amici con la bocca spalancata.
Non
avrebbero mai pensato, abitanti del posto, di profanare questa casa.
Poi
si fanno coraggio ...
Giovanni
Vallone
Le
faceva suonare per indispettire l'ex moglie
Il duca delle campane d' amore muore nell'
incendio della casa
Lascio' la consorte per un' americana di quarant'
anni piu' giovane di lui
Le
faceva suonare per indispettire l' ex moglie Il duca delle campane
d' amore muore nell' incendio della casa Lascio' la consorte per un'
americana di quarant' anni piu' giovane di lui Gualtieri Sicaminò(Messina)
- Una fine che ha tutto il sapore del contrappasso. A un uomo che
ha amato vivere in modo eccentrico la morte ha riservato un banale
incidente domestico. Il duca Giuseppe Avarna, 83 anni, e' morto ieri
all' alba nell' incendio della sua abitazione, una chiesa sconsacrata
attigua al castello di famiglia a Gualtieri Sicamino' , sui monti
Nebrodi. Secondo i vigili del fuoco la disgrazia e' stata causata
da una stufa a legna. Un po' "Gattopardo" un po' "barone
del grillo" Giuseppe Avarna amava stupire e far parlare di se'
. Aveva esternato appena qualche giorno fa annunciando di essere l'
outsider nella corsa alla presidenza della Repubblica. L' ultima uscita,
ormai un po' stanca e priva di smalto, di un personaggio che ha saputo
offrire ben altro. Innanzitutto il suo matrimonio scandalo con una
hostess americana quarant' anni piu' giovane di lui. Nel 1980 per
seguire quella ragazza non ancora trentenne non aveva esitato ad abbandonare
la moglie, i tre figli e tutti i suoi possedimenti. Praticamente gli
era rimasto solo il titolo nobiliare che aveva condiviso con la nuova
compagna, Tava Daetz, hostess della Panam originaria dell' Oregon.
Per una serie di vincoli testamentari al duca e alla nuova duchessa
non era stato piu' concesso di risiedere nel grande maniero di famiglia,
ma in una chiesetta sconsacrata attigua al castello. E qui l' eccentrico
Avarna, rimasto in bolletta e costretto a vivere con una misera pensione
sociale, aveva voluto celebrare il trionfo dell' amore sulla ricchezza.
Come in una favola: lei a suonare la chitarra, lui a comporre poesie.
Un idillio che puntualmente si concludeva con una lunga notte d' amore
al termine della quale il duca usciva nel cortile che separa la cappella
dal castello e cominciava a suonare le campane. Un modo per gridare
alle stelle la sua gioia, ma anche per fare ingelosire l' ex moglie,
Magda Persichetti, che continuava a risiedere nel maniero degli Avarna.
La campana dell' amore fini' per essere oggetto di una dura battaglia
legale. La signora Persichetti fece ricorso alla Pretura di Milazzo
denunciando il duca per schiamazzi notturni. Avarna venne condannato
a 20 mila lire di multa per rumori molesti con l' obbligo di far tacere
la sua campana. Ma un anno dopo il tribunale di Messina ribalto' la
sentenza. I giudici stabilirono che "suonare una campana, anche
nelle ore notturne, per annunciare la conclusione di un convegno amoroso
non e' reato se si abita lontani dal centro abitato". A Gualtieri
Sicamino' la campana riprese a suonare e tutta la storia fece il giro
del mondo. Arrivo' un esercito di giornalisti e persino la Cnn e il
settimanale Stern dedicarono ampi servizi alla love story tra il duca
spiantato e la bella hostess americana. Col tempo molte cose sono
cambiate: l' ex moglie e' morta e i tre figli si sono trasferiti a
Roma annunciando anche di voler vendere il castello. "La mia
famiglia ha origini longobarde - amava raccontare il duca -, mio nonno
fu ambasciatore a Vienna ed era amico personale dell' imperatore Francesco
Giuseppe. + stata la riforma agraria a sottrarci una parte della ducea
che un tempo si estendeva su 1.300 ettari. Quel che e' rimasto e'
stato venduto dal mio primogenito che ora vuol vendere anche il castello.
Con un testamento redatto nel 1917 il mio prozio Nicolo' lascio' tutto
ai pronipoti, cioe' ai miei figli, io sono solo un usufruttuario".
Amante del gioco e della bella vita Avarna ha vissuto in bolletta
i suoi ultimi anni. Ma non e' mai finita la storia d' amore. "Lei
fa il doppio turno, in un mese lavora per due e cosi' le restano venti
giorni da trascorrere in Sicilia". La bella hostess tra oggi
e domani tornera' a Gualtieri Sicamino' per dare l' ultimo addio al
suo duca. "Lei - diceva Avarna - e' stata sempre felicissima
di stare in Sicilia e di vivere questa splendida storia d' amore".
Alfio Sciacca
Corriere della Sera
22 Febbraio 1999
Giuseppe
Avarna: una vita leggendaria
Il
duca Giuseppe Avarna, uno degli ultimi sangue blu di Sicilia, è
scomparso di recente (per l’incendio sviluppatosi nella sua
dimora di Sicaminò) dopo una vita leggendaria che l’ha
portato più volte sulla ribalta delle cronache per le sue iniziative
politiche. Giuseppe Avarna è stato apprezzato pure come poeta.
Può dirsi praticamente già finito il grande frastuono
creatosi attorno alla morte di Giuseppe Avarna (11.11.1916-21.02.1999),
anche se i dettagli della sua tragica fine rimangono ancora poco chiari.
Su di lui sono state date tante definizioni, cercando di rinchiudere
un personaggio estroverso, dalla cultura multiforme, poliglotta e
giramondo, dentro parametri necessariamente limitativi che non riescono
a coglierne l’autentico spessore. Portatore del cliché
di una nobiltà vecchio stampo e al tempo stesso espressione
di una giovanile vitalità sempre aperta a nuove avventure,
Avarna ha attraversato quasi tutto questo secolo senza essere capito
e apprezzato. Si è occupato di politica e di letteratura lasciando
tracce che la storia futura sarà costretta a riportare alla
luce. Quando nessuno parlerà più di campane, di vicende
familiari e di corsa alla presidenza della repubblica, allora riaffioreranno
le sue liriche, i suoi drammi in versi, i suoi scritti politici. Uomo
sempre pronto a nuove battaglie, non conobbe né riposo né
pace, lussi negati ai poeti. Fondò e diresse, con un gruppo
di giovani scrittori, la rivista Girasole che suscitò aspre
polemiche tra i critici italiani e per parecchio tempo portò
in giro il nome di Gualtieri Sicaminò, il comune che non lo
capì da vivo e sembra non volerlo comprendere neanche da morto.
Per preparare il terreno alla futura riscoperta di Giuseppe Avarna
dò qui di seguito un elenco, sicuramente incompleto, delle
sue pubblicazioni, quelle di cui fino ad oggi ho potuto avere notizia.
Opere di Giuseppe Avarna:
Autonomia e problemi agrari siciliani, Messina 1945; Les scandales,
Messina 1949 ; Nevermore, Messina 1949 ; Promenade au soleil, Messina
1949; Poème d’un soldat mort à la guerre, dramma
in tre episodi, Messina 1950 (sulla crisi morale e sociale della gioventù
che ha combattuto e sofferto la guerra); Poème d’une
douce saison, Messina 1951 (raccolta di liriche scritte nell’estate-inverno
1950, in giro per l’Italia); Jeanne d’Arc, Messina 1951
(una rivisitazione della figura della Pulzella d’Orléans);
La mia stagione in Europa, poesie, Bologna 1953 (liriche in lingua
francese); Il cavaliere gotico, poesie, Bologna 1954; Ovunque confini,
poesie, Bologna 1956; Macerie, liriche, Parma 1959.
Stefania
Colosi
La
fornace
E'
rimasta quasi integra la fornace del borgo.
Attenzione:
queste schede hanno bisogno del sostegno culturale di tutti. Se ne
sapete di più o trovate qualche imperfezione non esitate a
comunicarcela. Basta mandarci una mail a:
sicilia@ilconsole.it