Akray
la regina siceliota dei monti Iblei


data di esplorazione: Novembre 2008
"Viaggio nel Tempo": Hybla

 

Attenzione: queste schede hanno bisogno del sostegno culturale di tutti. Se ne sapete di più o trovate qualche imperfezione non esitate a comunicarcela. Basta mandarci una mail a: sicilia@ilconsole.it

 

 

 

 


Teatro greco e tomba bizantina a baldacchino
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Scheda


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cosa: Sito greco-romano, quindi bizantino

dove siamo: Periferia di Palazzolo Acreide (sr)

Viaggio nel Tempo: Akrai fu fondata nel lontanissimo 663 a.C. e distrutta dagli Arabi nell'827

valutazione: *****

Console di zona: Paolino Uccello e Gaetano Pennino


come arrivare : Basta arrivare a Palazzolo Acreide e siete arrivati. I Santoni sono visitabili chiedendone permesso ai custodi di Akrai

 

 

 

 

 

Akrai
dal 663 a.C. all'827 d.C.


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I.G.M. foglio 639, VIZZINI (1:50.000)

Noi abbiamo visitato:
1.
Sito di Akrai - 2. I santoni

 

Akrai è una di quelle esplorazioni dell'entroterra, caratteristiche del pizzicozzi tour, che certamente non rientra in quei contesti spesso misteriosi, di siti semi inesplorati, ma che non può essere tralasciata in questo nostro eterno viaggio.

Akrai è conosciuta, ma non conosciutissima.

E questo è male.

Non ci sono parole per descrivere la grandiosità di questo sito che regala alcune perle uniche nel panorama archeologico siciliano: quel tratto di via Selinuntina, il bassorilievo di epoca romana, la tomba a baldacchino del periodo bizantino... sono assolutamentre un caposaldo delle emozioni più pure.

La visita di Akrai è avvenuta verso fine Novembre 2008. Biglietto d'ingresso euro 4.

Personale al botteghino: 4 donne. Numero visitatori: 2, io e il cameraman.

Ed è stato bellissimo.

Giovanni Vallone

 


La foto mostra l'abitato di Akrai. Se non è stata rasa al suolo lei ...?
(clicca sulla foto per ingrandirla)

 

Akrai fu edificata nel 664-663 a.C. dai corinzi siracusani, settant’anni dopo la fondazione di Siracusa (secondo quanto ci ha tramandato Tucidide (consulta l'Entrobolario) che pone la fondazione della città di Acre insieme a quella di Casmene, quest'ultima probabilmente sita sul monte Erbesso, a Ovest di Akrai).

Di Acri parlano anche Tolomeo nel 130 (consulta l'Entrobolario) e Stefano bizantino (consulta l'Entrobolario) nel 500 circa, due tosti fissati con la geografia intesa come storia di popoli che abitano in un determinato luogo.

E cioè: etnogeografia.

Questa è la mostruosa Sicilia di Tolomeo (clicca sull'immagine per ingrandirla). Acri è presente.

Sita su un alto colle dalle pareti rocciose inespugnabile, la piccola polis fu il baluardo della espansione siracusana nel territorio siculo. Per la sua particolare posizione strategica Akrai fu anche la sentinella dei confini meridionali del territorio siracusano.

La cittadina ebbe un continuo sviluppo nell’arco dei secoli come si può dedurre dalle due grandi necropoli della Pinita e Colle Orbo.

Raggiunse il massimo splendore, e lo testimoniano i monumenti rimasti, negli anni del regno geroneo (470 a.C. ca.).

La cittadina, dopo quasi milleseicento anni di vita ininterrotta, fu distrutta, per sempre, nell’827 d.C. dagli arabi. Le rovine furono ben presto ricoperte dalla terra e d’Akrai si perse, nel corso dei secoli successivi, anche il ricordo del sito.

Nel XVI sec. storici, archeologi, eruditi localizzarono la cittadina nei luoghi più disparati. Fu il Fazello (consulta l'Entrobolario per sapere chi è), per primo, grazie anche alla presenza di cospicui resti ad individuare la posizione dell’antica colonia greca nella contrada chiamata “Serra di Palazzo” o “Palazzu”.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

Giovanni Vallone


Il teatro greco
II sec a.C. ?

(consulta l'Entrobolario per sapere come è formato un Teatro greco)

Varcando la piccola porta d’accesso alla zona archeologica si è subito all’interno dell’antica Akrai. Si percorrono pochi metri e si entra immediatamente nel teatro greco, sicuramente il più prestigioso monumento acrense (discutibile, ma non punibile, affermazione. Sia da un punto di vista artistico che prettamente emozionale).

Fu individuato e portato alla luce da Gabriele Iudica nella fortunata campagna di scavi del 1824. Sembra sia stato edificato, assieme all’attiguo Bouleuterion, negli anni della monarchia di Gerone II, a metà del II sec. a.C.

Il teatro non è scavato nella roccia, come quello siracusano, ma è adagiato su un pendio naturale opportunamente preparato con pietrame a secco su cui poggiano, sovrapponendosi, i blocchi delle gradinate. Queste, secondo i canoni dell’antichità classica, guardano a settentrione.


Nel nostro caso la vista si perde, al di là della scena, sull’eccezionale paesaggio naturale dei contrafforti iblei e, all’orizzonte, sull’Etna (lo sguardo si leverebbe meglio sull'Etna se venissero potati, molto potati, due enormi alberi. Consola il fatto che ai tempi dei greci certamente l'orizzonte a nord era libero).


Il “koilon” (cavea) è composto da nove cunei, di diverse dimensioni, separati da otto scalette.
Nei cunei laterali, invece, lo sviluppo dei gradini era limitato dai rispettivi muri di sostegno.


Ogni gradino è normalmente alto 27 cm e largo 74 cm di cui 34 cm destinati a sedile e 40 cm a pedana. Nella parte alta del settimo cuneo si apre una stretta galleria che conduce al bouleuterion. Non si sa quando né perché fu scavata; forse per unire rapidamente e “privatamente” il teatro, assise popolare, con il luogo in cui si riuniva la “boulé”, il senato, oppure per accedere direttamente dall’ “agorà”, che si apriva davanti al bouleuterion, al teatro.


L’orchestra, spazio in cui durante le rappresentazioni teatrali si muoveva il coro, è di forma semi-circolare. E’ questo un fatto singolare dal momento che tutti gli altri teatri greci hanno l’orchestra di forma circolare. Così la scena anziché sorgere al limite dell’area circolare è molto più avanzata, con la fronte proprio sul diametro dell’orchestra.

Il basamento del proscenio, oggi visibile, è costituito da un filare di grossi blocchi di pietra su cui si notano gli incavi per grappe, a forma di L, destinati a fissare gli elementi superiori del loggiato consistente, probabilmente, in otto colonne o otto pilastri. La scena, con pavimento ligneo, aveva una profondità di circa 3 m ed era chiuso da un muro.

Le ridotte dimensioni del teatro, la gradinata asimmetrica, la compressione della scena, si possono spiegare solo col fatto che probabilmente il complesso teatro-bouleuterion venne costruito in un’area urbana centrale, già edificata ed angusta e già delimitata dall’ “agorà”, dal decumano, dalla porta monumentale d’accesso alle latomie.
Il teatro, in età romano-imperiale, subì delle modifiche; venne costruita una nuova scena più avanzata di m 2.20 che ridusse vieppiù lo spazio dell’orchestra.

Il “pulpitum” (cioè il palcoscenico) è tuttora visibile e si individua in un filare di blocchi che presenta, in simmetria, due nicchie incavate. Un altro filare si sovrappone a questo sicché la scena si elevava a circa m 1.20 e si estendeva fino al muro di fondo dalla scena greca. In quello stesso periodo si pavimentò l’area dell’orchestra con lastre levigate in pietra, ancora in situ, e si edificò il chioschetto con l’elevato in legname di cui rimane il basamento in pietra.

In epoca bizantina, a testimonianza anche di una grave decadenza della cittadina, sull’area di parte della scena venne impiantato un edificio per la lavorazione del grano. Il ritrovamento di grosse macine e la presenza di una gran quantità di silos testimoniano tale trasformazione.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

Giovanni Vallone

 

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IL TEATRO ED IL BOULEUTERION

 

 

 

Il bouleterion
II sec a.C. ?

(consulta l'Entrobolario per sapere cos'è)

Attiguo al teatro vi è il “bouleuterion”.
La costruzione fu, in un primo momento, considerata un piccolo teatro al coperto, per audizioni musicali (odeon).

Ma è ormai certo che fosse un bouleuterion, luogo in cui si riuniva il senato (boulé) di Akrai.

Una piccola costruzione coperta che all’interno conteneva una piccola orchestra semicircolare e un “koilon” diviso da tre cunei con sei fila di gradini-sedili.
I blocchi dei sedili sono simili, e più conservati, a quelli del teatro perciò i due monumenti possono ritenersi coevi.

Del monumento restano, oggi, parte della breve gradinata e le robuste fondazioni perimetrali che ne hanno consentito una sicura ricostruzione. Il bouleuterion si apriva sulla piazza (agorà) della cittadina.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/


Il tempio di Afrodite
VI sec a.C.
(consulta l'Entrobolario per sapere come è fatto un tempio greco)


La cella dove era la statua della divinità (clicca sulla foto per ingrandirla)

Sicuramente per la sua innata sacralità, ma il tempio greco ha su di me un fascino assolutamente unico.

Qua siamo di fronte a macerie che più macerie non si può, ma quel tratto di blocchi a formare un piedistallo su cui era posto la statua della divinità (cella), a quanto pare Afrodite (consulta l'Entrobolario per saperne di più) , sono come un libro di storia.

Immagino i sacerdoti che portavano le offerte deglI acrensi.

Immagino la grandiosità della Sicilia tutta a quei tempi.

Questi antenati filosofi, eroi, ingegnosi uomini e donne ...

A volte mi chiedo: ma come abbiamo fatto a trasformarci con la coppola, il fucile e un cervello inscatolato ?

I resti del tempio di Afrodite sono situati sul piano soprastante la latomia dell’Intagliata. Dell’Aphrodision, edificato nel VI sec. a.C. rimangono solo i blocchi squadrati del basamento. Come scrive L. B. Brea, in una dotta monografia, i blocchi del tempio furono usati, dopo il terremoto del 1693, per costruire gli edifici civili di Palazzolo ed il saccheggio di questi blocchi squadrati, già pronti per l’uso, anche degli altri monumenti acrensi si è protratto sino all’inizio di questo secolo.


Il tempio aveva sei colonne sulla fronte e tredici sui lati con una estensione totale di m 18.30 x m 39.50.
Le colonne, doriche, con venti scanalature e rastremate verso l’alto avevano un diametro terminale di 98 cm; i capitelli con un arcaico echino espanso avevano alla base tre solchi intagliati ed una decorazione con astragalo.

I triglifi erano caratterizzati da un motivo a spirale nella parte superiore e da quello a palmette nella parte inferiore. Dai frammenti ritrovati nell’area del tempio si può dedurre che “terracotte architettoniche dovevano coronare la copertura dell’Aphrodision rivestendo le trovature lignee del tetto e del frontone”.
Come pure sembra che intorno al tempio “dovevano esistere grandi sculture fittili…”.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

Giovanni Vallone

 

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RUDERI DEL TEMPIO

 

 

 

Intagliata e Intagliatella
prima latomie (consulta l'Entrobolario per sapere cosa sono) poi diversi usi
dal VII sec a.C. al 900 d.C. circa

Le latomie non sono altro che delle cave di pietra usate nell’antichità per trarre il materiale necessario alla edificazione delle abitazioni e dei monumenti di Akrai. Furono utilizzate, anche, nel corso dei secoli, come necropoli, come luoghi di culto ed anche come abitazioni.
Le latomie acrensi sono importanti perché le pareti rocciose che le delimitano testimoniano parte della storia della cittadina di Akrai.

L’Intagliatella è ritenuta la cava di pietra più antica mentre l’Intagliata, utilizzata successivamente, era in piena attività in periodo ellenistico.
E’ importante notare i resti di una porta monumentale sottostante il teatro greco, che si apriva su una via che conduceva all’Intagliata. Avviandosi verso l’Intagliatella si è colpiti dal modo in cui la roccia sia stata utilizzata: tombe greche, romane, cristiane, ipogei ed abitazioni bizantine sembrano confondersi in un caos storico-archeologico che testimonia come vivo e rapido, dopo tutto, sia stato il ritmo di vita ed il secolare passaggio di questa gente.


Necropoli dell'Intagliatella


Normalmente nella parte più alta della roccia delle latomie si hanno le testimonianza più antiche, i “quadretti votivi”. Lungo le pareti delle cave ve ne sono tanti di questi incavi quadrangolari, di svariate dimensioni: contenevano dei bassorilievi in calcare, in terracotta oppure tavolette di legno dipinto. Erano questi luoghi sacri dedicati al culto degli eroi, defunti eroicizzati che in tal modo venivano ricordati.


Intagliatella: entrata di tomba e quadretti votivi (clicca sull'immagine per ingrandirla)


I più antichi bassorilievi risalgono al IV sec. a.C.: il loro uso si protrasse fino al II sec. a.C. Man mano che la roccia veniva tagliata ed asportata si abbassava il piano di camminamento e si abbassavano anche i segni che l’uomo lasciava nello scorrere dei secoli. Un bassorilievo spicca all’entrata dell’Intagliatella. E’ un grande quadro di m 2.13 x m 0.83 con due scene: nella parte sinistra, è raffigurato un sacrificio, nella parte destra la figurazione del banchetto degli eroi.


Necropoli dell'Intagliatella. Bassorilievo votivo (clicca sull'immagine per ingrandirla)


Al centro del rilievo vi è una figura di guerriero con lorica, tunica e paludamentum, al fianco una corta spada, protende col braccio destro una patera in atto di libagione; la figura accanto, con lungo mantello, rappresenta probabilmente il sacerdote; a lato dell’area sacrificale tre figure di giovani serventi del sacerdote.


La scena di destra rappresenta due personaggi sdraiati su una kliné ed appoggiati col gomito sinistro su due cuscini, in basso una figura di servitore. Enorme è l’importanza storico-archeologico di questi rovinati bassorilievi, così descritti dal prof. L. Bernabò Brea:
La raffigurazione si riferisce al culto dei defunti ma l’interesse particolarissimo del bassorilievo sta nella fusione di motivi greci e romani e in particolare “di un motivo artistico eminentemente romano al servizio di un concetto religioso essenzialmente greco”.
La datazione del bassorilievo è fissata dal Bernabò Brea nella prima metà del I sec. a.C.


All’interno della latomia, oltre ai detti incavi dove stanno le stele votive, si incontrano, sia a destra che a sinistra, ipogei e loculi cristiani d’ogni genere. In queste sepolture si rinvennero corredi funerari e diverse interessanti iscrizioni.

Fra le tante sepolture, piccole e grandi, rovinate o ancora ben conservate, da visitare quella in cui Scuderi rinvenne l’ “iscrizione di Eutike”, caratterizzata da un armonioso arcosolio (consulta l'Entrobolario per sapere cos'è) monosomo. Seguono diversi interessanti ipogei che si sviluppano talora in piani sovrapposti.


La più importante di queste catacombe, come evidenzia L. Bernabò Brea, è la seconda dell’ordine superiore che rappresenta una finitezza ed una accuratezza di lavorazione molto maggiore di tutte le altre. E’ caratterizzata da un bell’ingresso architettonico ed all’interno da tombe a “tugurium” (a baldacchino) con raffinati intagli.


Tomba a baldacchino (clicca sull'immagine per ingrandirla)


Interessante è, altresì, la vasta catacomba che si sviluppa su diversi piani e che presenta sepolture adiacenti in serie, numerosi arcosoli polisomi e belle tombe a baldacchino.

L’Intagliata, al contrario dell’Intagliatella, si allunga su un piano circolare delimitato da alte pareti rocciose su cui si aprono ipogei cristiani.

Da notare però che questa latomia è caratterizzata a Sud-Est da un “complesso di catacombe, di ipogei e di sepolture ad arcosolio di età cristiana e di grandissimo interesse”; nella zona Ovest da caratteristici stanzoni quadrangolari, singoli o a gruppi intercomunicanti, individuati come abitazioni troglodite bizantine.

Nella parte meridionale dell’Intagliata dove è concentrata l’area sepolcrale, dell’intero complesso delle latomie acrensi, oltre a loculi ad arcosoli, due splendide tombe centrali a baldacchino finemente lavorate.

La più interessante delle abitazioni bizantine è la cosiddetta “grotta dei cavalli” strutturata in quattro stanzoni rettangolari di varie grandezze e un ampio vano ingresso su cui si aprono i tre ingressi delle altre stanze.


Il teatro e le latomie sono situati al margine dell’antica polis greca e nei pressi della porta siracusana. Il resto della città si estendeva a Est, oltre l’ “agorà” che, come già detto, si trovava di fronte al Bouleuterion. In quest’area, in seguito a scavi iniziati alla fine degli anni ’50, sono venuti alla luce interessanti testimonianze archeologiche e quella che ormai viene detta “la strada ellenistica”.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

 

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LE LATOMIE DI AKRAI

 

IL BASSORILIEVO

 

 

 

La via Selinuntina
VII a.C. ?


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Se c'è qualcosa che lascia assolutamente senza fiato è questa strada, simbolo di viaggi, di antichità, di poesia: come tutte le arterie.

Si chiama via Selinuntina perchè portava a Selinunte, in contrapposizione alla via Siracusana che portava a Siracusa.

Si apriva ad Ovest.

Oggi rimane una lunga stiscia dritta di circa 500 metri, dove bisogna avere il pensiero dell'ameba per non immaginare carri e cavalli allontanarsi o avvicinarsi.

La via è tutta in pietra lavica con i muretti laterali in pietra calcarea, come da figura sottostante.


(clicca sull'immagine per ingrandirla)

L'ho percorsa tutta, avanti e indietro, indietro e avanti.

Non me ne sarei voluto più andare.

 

Si tratta dell’arteria principale della polis, larga 4 m, ben pavimentata di basoli, orientata sull’asse Est-Ovest.
Da notare che anziché ortogonali, le vie laterali sboccano sulla strada principale con una particolare inclinazione a “lisca di pesce”.

Questa particolare conformazione urbanistica sembra dovuta alla necessità di una protezione dai venti di tramontana che forti dovevano soffiare sul pianoro acrense.
A Sud di questa zona, su un affiorante roccione, si aprono degli ipogei cristiani e, di recente, oltre a fondamenta di diverse costruzioni, è stato scoperto un interessante quanto misterioso monumento circolare che gli archeologi non hanno ancora completamente studiato e quindi classificato.

Recentissimi scavi condotti lungo il lato occidentale della strada ellenistica hanno portato alla luce oltre a complesse sovrapposizioni edilizie romane e bizantine su preesistenti costruzioni greche – caratteristica questa dell’intera area urbana acrense che può presentare un tratto greco-arcaico del VII sec. a.C. con altro tardo-imperiale del IV sec. d.C. – una monumentale, sembra stoa greca.

Giovanni Vallone

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

 

I Santoni (li Santonini)
III sec a.C. ?

La zona archeologica di Akrai oltre al sito dell’antica polis comprende due vaste necropoli, quella della “Pinita” e quella do “Colle Orbo”, la latomia denominata dei “Templi Ferali” ed i Santoni.

Essendo in mio possesso l'eccellente testo del principe Biscari, datato 1779, egli, archeologo per diletto, venendo da queste parti fu cmolto colpito da queste "donne sedenti che gli abitanti del posto chiamano li santonini".

Questo complesso votivo è un capolavoro della scultura rupestre religiosa mondiale.

Lo è perchè è unico. Perchè 12 figure di Cibele non esistono da nessun'altra parte.

Per vedere i “Santoni” è necessario rivolgersi, e ne vale la pena, ad uno dei custodi della zona archeologica che vi guiderà anche nella visita.

I “Santoni” sono dodici grandi quadri scolpiti nella roccia. Un complesso di figure ad alto rilievo, unico al mondo, dedicato al culto della Magna Mater (consulta l'Entrobolario per sapere chi è).

In ogni rappresentazione compare la dea Cibele (la Magna Mater) assisa in trono con chitone, una lunga veste, ed himation, una sopraveste che cade da una spalla, gira intorno alla vita e scende oltre i ginocchi, sul capo il modio ed i capelli che ricadono intrecciati sulle spalle e sul petto, la mano destra regge una patera e l’altra un timpano, una specie di tamburo.

Ai lati del trono o nella scena, sono sempre rappresentati uno o due leoni, animali sacri alla dea; i piccoli personaggi rappresentati a fianco della dea Cibele, ora in alto, ora in basso, sono divinità minori oppure coricanti, sacerdoti della dea.

Nella scultura più grande del complesso, la seconda, Cibele è rappresentata in posizione stante ed a grandezza naturale, da un lato vi è Hermes con caduceo e dall’altro Marsia ed una non identificata figura femminile; chiudono la scena, da ambedue i lati, due cavalieri, i Dioscuri.


Purtroppo il grado di conservazione delle sculture è pessimo; si dice che le stesse siano state volutamente distrutte, a colpi di piccone, da un contadino che mal sopportava le continue presenze dei visitatori.

Ma pur essendo rovinate, le figure mantengono un fascino particolare, forse collegato alla suggestione del luogo ed al mistero che circonda il culto della dea in Acre.


Pittoresco di Jean Hoeul, 1776 (clicca sull'immagine per ingrandirla)



Le sculture, secondo L. Bernabò Brea, sono rozze sia nella raffigurazione che nella esecuzione; sicuramente espressione di un culto e di una rappresentazione popolare. Ma se si riesce ad immaginare queste figure – oggi rovinate e sbiadite – colorate ed adornate con corone bronzee o auree, con bracciali più o meno preziosi (i fori praticati a fianco delle teste e delle braccia a ciò servivano), ed altri adornamenti di stoffe e di serti di fiori o di querce o di pini, il ricordo e la suggestione di questo complesso archeologico rimarrà unico nei ricordi del visitatore.


Il culto della Magna Mater, antichissima pratica orientale, si era estesa anche a Siracusa dove risulta praticata nel IV sec. a.C.; è probabile che da qui sia stato introdotto ad Akrai.
Queste sculture sono state datate al III sec. a.C.

dal sito ufficiale http://www.akrai.it/

 

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I SANTONI

 

 

Alcuni reperti


La moneta

E' stata trovata questa moneta appartenente ad Akrai: sul dritto testa di Cerere a destra coronata di spighe; sul rovescio la stessa dea con la falce in mano.
La legenda recita: AKPAION

La moneta risale a circa il 200 a.C. è di bronzo ed è una Litra.

 

 

Uno dei ritrovamenti ad Akrai


Testa di Medusa (clicca sull'immagine per ingrandirla)

 

Attenzione: queste schede hanno bisogno del sostegno culturale di tutti. Se ne sapete di più o trovate qualche imperfezione non esitate a comunicarcela. Basta mandarci una mail a: sicilia@ilconsole.it

 

 

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