Sant'Andrea
un gioiello nelle campagne iblee


data di esplorazione: Marzo 2009
"Viaggio nel Tempo": Hybla

 

Attenzione: queste schede hanno bisogno del sostegno culturale di tutti. Se ne sapete di più o trovate qualche imperfezione non esitate a comunicarcela. Basta mandarci una mail a: sicilia@ilconsole.it

 

 

 

Scheda


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cosa: Chiesetta in stile gotico

dove siamo: Campagne di Buccheri (sr)

Viaggio nel Tempo: XIII secolo, età Sveva

valutazione: ****

Console di zona: Raimondo Pedalino (in fase di presentazione)


come arrivare : da Buccheri prendere la provinciale in direzione per Lentini, dopo circa 7 km c'è un cartello segnaletico che indica per la chiesetta

 

 

Sant'Andrea
XII secolo


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I.G.M. foglio 639, VIZZINI (1:50.000)

 

 

Erano diversi anni che volevo andare a Sant'Andrea e per un motivo o per l'altro non c'è stata mai occasione.

Finalmente ora ce l'ho fatta.

La chiesetta è infilata da quasi X secoli in questa cava iblea.

Affido il commento ad un articolo di Diego Barucco, tratto dal suo sito www.siciliafotografica.it

Buona Sicilia

Giovanni Vallone

 

 

testi e foto di Diego Barucco, eccellente studioso di Sicilia

Chi potrebbe mai immaginare che fra le verdi vallate a nord del bel paesino di Buccheri, dispersa in mezzo ai campi e coltivazioni, al termine di una breve stradicciola, si possa trovare un rarissimo esempio d’arte gotica risalente addirittura al periodo svevo (1200 circa).

Eppure fra quei verdi e fioriti prati costellati di uliveti, una chiesetta appare come un’inaspettata sorpresa, come in una di quelle antiche fiabe e leggende che cantano di boschi e di luoghi remoti, mete di cavalieri alla ricerca di ventura e nobili gesta.

Anche se nelle campagne di Buccheri non si svolsero mai tali nobili gesta di epica risonanza, ciò che si legge da secoli è la perseveranza di una vita rurale che trascorre invariata e che in se porta una tradizione millenaria d’inestimabile valore.
La chiesa di Sant’Andrea è come una di quelle rarissime meraviglie disperse che abbiamo già in passato incontrato girovagando per queste terre, la quale acquista maggior valore nel pensiero della sua resistenza al tempo e ai cataclismi che qui più di ogni altra regione della Sicilia, hanno sconquassato le deboli tracce dell’uomo. Ciò nonostante, l’aspetto più stupefacente, oltre alla mirabile architettura, resta il luogo nel quale sorge.


Sant'Andrea il prospetto principale (clicca sulla foto per ingrandirla)


Oggi essa rappresenta uno dei più importanti e rappresentativi esempi di architettura medievale religiosa del periodo svevo in questa parte di Sicilia ma se in un primo momento quei bianchi mattoni e quei rigidi abbellimenti ci appaiono inizialmente come un intrigante mistero, successivamente, visti da vicino, essi assumono un significato che va oltre la semplice freddezza delle rocce di cui è costruita, tramandando un valore d’altri tempi che si contestualizza solo ricercandone le motivazioni. E sì, perché la presenza di questa chiesetta in questo luogo sperduto non è affatto cosa da poco, essa, infatti, è un prezioso testimone di un’importantissima ed anche drammatica fase storica della Sicilia medievale.


Per comprendere quanto detto è necessario risalire alla fine della dominazione araba, quando, grazie alle eroiche e geniali gesta militari di Ruggero d’Altavilla e Roberto il Guiscardo, avvenne la conquista normanna dell’isola e la conseguente rilatinizzazione del territorio.

I normanni per mantenere il controllo, non solo sotto l’aspetto militare, cercarono il rinsediamento del culto cattolico, sradicando il diffuso islamismo. Tuttavia questi si sforzarono di mantenere un clima di tolleranza verso le altre etnie ed a riguardo basta ricordare le gesta di Guglielmo II, grande appassionato degl’usi e dei costumi arabi.


Gran gioco d'archi all'interno (clicca sulla foto per ingrandirla)

 

Le cose però cambiarono con l’arrivo degli Svevi ed in particolare con il regno di Federico II, il quale prese in mano con più energia la riconquista cattolica della Sicilia costringendo i vari casali e le comunità arabe, ancora abbondanti sul territorio, alla conversione o in caso di rifiuto, alla deportazione.

E’ in questo clima di pulizia etnica che tra la fine del XII e l’inizio dell’XIII sec. è possibile inquadrare la presenza della chiesa di S. Andrea fatta erigere in un luogo su cui esisteva una solida comunità araba di cui tutt’ora ne resta solo traccia nel toponimo: il nome della vicina contrada Rachalmeni proviene, infatti, da Rahalmeni, in cui il termine arabo Rahal indica, appunto, casale.


La strategia di Federico II era l’insediamento di centri religiosi che ospitassero solide comunità aventi il compito di convertire gli insediamenti arabi residui anche in luoghi remoti ed isolati.

S. Andrea nasce da questa spinta, su commissione diretta di Federico II (anche se di ciò non vi è alcuna prova certa). Secondo alcuni studiosi tale commissione fu affidata ai frati Teutonici, i quali erano sostenuti dai cavalieri Templari che in quel periodo di crociate combattevano con ardore i saraceni. Questa relazione fu stabilita grazie al rinvenimento, all’interno della chiesa, di alcuni graffiti di chiaro riferimento templare, ovverossia, monaci a cavallo in atto di battaglia e la rappresentazione di un gatto, ma altri eminenti studiosi, tra cui il celebre Vladimir Zoric, curatore del recente restauro, non furono di questa opinione.

Zoric sostenne, infatti, che Federico II commissionò la costruzione della chiesa ai frati cistercensi i quali erano comunque strettamente legati ai templari e al loro culto, giustificando in tal modo la possibilità che in questo luogo remoto fossero transitati, anche solo per breve tempo, quest’ordine di cavalieri diretti in oriente per le crociate.


Croce dell'ordine dei templari

 

Altra stretta testimonianza del legame fra i monaci cistercensi e i templari è il nodo di Salomone graffito nei muri esterni della chiesa insieme ad altre rappresentazioni religiose, tale raffigurazione è una delle chiavi più evidenti che testimonia questa importante presenza.


Sebbene attualmente non sia possibile entrarvi a causa della chiusura dell’ingresso, la visione di questa costruzione è un esperienza che induce una grande emozione. L’orientazione richiama la vecchia usanza di rivolgere l’abside ad oriente e l’ingresso ad occidente, tuttavia modifiche successive ne hanno invertito l’ingresso e ad oggi vi si accede solo dall’abside. Un piccolo rosone posto in alto filtra ancora la luce del tramonto come un tondo luminoso che rischiara quei mirabili archi a sesto acuto della volta, percorrendo la parete sud fino a toccare il cuore dell’antico abside dove un tempo dominavano gli affreschi religiosi.
La mano dei pellegrini si riconosce ancora nei molteplici graffiti che riportano vecchie date anche di centinaia d’anni, quando già la chiesa era in stato di abbandono.


L'ulivo e la chiesetta (clicca sulla foto per ingrandirla)

 

Le testimonianze storiche narrano che nel 1576 S. Andrea fu munita di un piccolo convento in grado di ospitare una più ingente comunità di monaci ma già nel 1596 fu abbandonata.

Nel 1857, grazie all’interesse di mons. Mirone, vescovo di Siracusa, fu sottoposta ad un primo restauro e recuperata ristabilendo per un certo periodo il culto religioso.

Successivamente, fu sottoposta ad un secondo restauro alcuni decenni fa, sotto la guida del già citato Vladimir Zorec che ne realizzò un approfondito studio dal quale fu ricavato un importante libro tutt’ora di riferimento (La chiesa Sveva di Sant'Andrea, Lombardi editori)

Ribadire l’importanza di questo luogo ci sembra ora quasi inutile, i fatti riportati della sua storia sono già di per se testimonianza di tanta preziosità e sta a noi comprendere e rispettare un simile tesoro nella speranza che diventi una meta ambita anche da semplici curiosi alla ricerca di siti unici per bellezza e per significato storico.

 

testi e foto di Diego Barucco, eccellente studioso e viaggiatore di Sicilia

 

 

 

Il feudo di Rachalmeni
tratto da Feudi in Sicilia

Racalmeni (Rachameno, Rachalmeni, Rajalmeni; ora Ragameli) fu dapprima Casale, poi Feudo (1408).


Feudatari.:

>Gerardo Montalto

>Riccardo Montalto (1335)

> Artale Alagona (1337): Il nobilis dominus miles Artale Alagona cittadino di Messina sposò Mansueta, che gli portò una dote di 700 onze, ed ebbe come figli Rodorico e Ardoisia. Il 19.9.1337 acquistò da Riccardo Montalto per 200 onze il casale Rachalmeni, presso Lentini (Giuffrida, 1978, 26), che sappiamo però essere stato restituito in tempi successivi allo stesso Riccardo Montalto

>Riccardo Montalto

> Giovanni Montalto (ante 1361): nel 1392 Giovanni (II) Montalto, barone di Buccheri, rivendicò il feudo Rachalmaimone facendosi forte del privilegio di concessione di quel feudo a Eximenio Defau nel 1297 (Barberi, III, 164-168). D’altra parte sappiamo
che Francesca, moglie di Giovanni (I) Montalto, barone di Buccheri e nonna del reclamante, possedeva dei feudi nel comprensorio di Sciacca

> Riccardo Montalto (1361)

> Giovanni de Crucillis (1408)

 

I feudatari Montalto
tratto da Repertorio della feudalità siciliana

 

Re Federico III concesse a Riccardo Montalto la castellania
del castello di Buccheri nonché il diritto di riscuotere i proventi e i redditi di
tutte le gabelle e i diritti della stessa terra; dopo la sua morte tale diritto fu
trasferito al figlio Gerardo «ad eius vita tamen et non ultra» (Barberi, MC,
635).


- Il 2.4.1310 Gerardo Montalto, dominus seu baro casalis Bukerii, «fu condannato
a restituire a Guglielmo Raimondo Moncada, signore di Bulfida, delle
terre spettanti a quest’ultimo in base all’inchiesta ordinata da re Federico»
(Sciascia, 1994, 150). Successivamente, in data 25.2.1314 (XII ind.), considerati
i meriti e i servizi prestati al re dal detto Gerardo, questi fu investito della
terra di Buccheri «sub consueto militari servitio ana scilicet oz XX pro quolibet
equo armato secundum annuos redditus illius» (Barberi, MC, 635). Nel
1321 ritroviamo Gerardo Montalto in controversia con i suoi vassalli (Asp, Villafranca,
260). Sposò Francesca, titolare di alcuni feudi presso Sciacca, fra cui
probabilmente Rachalmaymuni401 (Asp, P, 2, 407). Gerardo ebbe due figli: Riccardo,
il maggiore, e Giovanni (Barberi, MC, 635-637). Morì in data anteriore
alla D. F. del 1335, quando gli eredi del milite Geraldo Montalto, che godevano
di un reddito di 160 onze, avevano la signoria della terra di Buccheri (Barberi,
MC, 635-637) e del casale Rachamemi, presso Lentini.


- Gerardo Montalto dispose nel testamento che a succedergli nella terra di
Buccheri fosse il secondogenito Giovanni Montalto che ricevette l’investitura
il 20.3.1338 (VI ind.), e conferma l’1.2.1340 (VIII ind.) (Asp, Concistoro, 4, fasc.
Buccheri. Barberi, CM, 635-637), e compare nell’adoa del 1345 per 5 cavalli armati (pari a 100 onze di reddito), mentre il casale Rachalmemi toccò al primogenito
Riccardo che il 19.9.1337 lo vendette per 200 onze ad Artale Alagona
(Giuffrida, 1978, 26-27; Bresc, 1986, pp. 811, 820). Il lungo tempo trascorso tra
la morte di Gerardo e l’investitura di Giovanni può essere giustificata con la
controversia sorta fra i due fratelli per la successione su Buccheri, tant’è che
il re Pietro II confermò la signoria di questa terra al secondogenito Giovanni
«cum voto iudicum magne curie» (Barberi, MC, 636). Giovanni Montalto nelle
lotte intestine durante il regno di Federico IV prese sempre le parti del
sovrano contro la fazione chiaramontana (Michele da Piazza, 1980, pp. 169,
265, 343-351, 372, 381), e fu marescalco del regno almeno dal 15.9.1357 al
12.3.1358 (Asp, P, 2, cc. 385, 380; Cosentino, 1885, 438; Giuffrida, 1978, 22); fu
anche siniscalco del regno subentrando a Matteo Moncada in un data compresa
tra il 22.6.1358 e il 26.10.1358 (Giuffrida in: Michele da Piazza, 1980,
22), mantenendo versomilmente il titolo fino alla morte. Dato che il fratello
Riccardo prese le parti dei nemici del sovrano, questi gli confiscò il casale
Rachalmeni che assegnò a Giovanni. Quest’ultimo risulta già morto il
23.4.1361 quando re Federico IV reintegrò Riccardo nei suoi beni burgensatici
e feudali (Asp, C, 7, 373)402.


- A Giovanni successe come barone di Buccheri il figlio Turgisio (o Trogisio
o Troisio) Montalto. Il 30.4.1361 re Federico IV gli ordinò di consegnare allo
zio Riccardo, da poco reintegrato nella fama, nelle cose e nei beni burgensatici
e feudali, il casale Rachalmemi, che era stato assegnato in precedenza a Giovanni
Montalto (Asp, P, 2, 71). Lo stesso sovrano il 30.7.1361 convocò Turgisio
a prestare il servizio militare (Asp, P, 1, 90v), nel 1365 gli conferì il privilegio
del reddito di 100 onze sul porto di Augusta (Barberi, I, 537), e il 19.11.1365
gli concesse l’officio della capitania con cognizione delle cause criminali delle
terre di Buccheri, vita natural durante (Asp, C, 9, 29). Attestato ancora
l’8.9.1366 (Asp, C, 9, 81). Dionisio Barba vendette (in data non precisata nel
documento) il feudo Casalgerardo a Torgisio Montalto, al quale il 3.4.1371
venne richiesto il pagamento dello ius relevii (Asp, C, 6, 41v). Sposò Agatuzza
Scalone nel 1375.


- Gli successe il figlio (in Barberi, I, 538; ma fratello in Barberi, III, 164)
Giovanni Montalto, che nel 1392 fu confermato signore di Buccheri. Egli presentò
ai sovrani Martino e Maria il transunto, datato 6.8.1392, del privilegio
della concessione a Eximenio Defau del feudo Rachalmaymuni, presso Caltabellotta, di cui richiese ed ottenne l’investitura nel 1396, anche se poco dopo
questo feudo, assieme ai feudi Lazarino e Lu Cheuzu, fu assegnato a Nicolò
Peralta (Barberi, III, 164-165). Ottenne conferma del reddito di 100 onze sul
porto di Augusta da re Martino nel 1396 (Barberi, I, 537-538).


* Riccardo Montalto, primogenito di Gerardo Montalto, fu estromesso
dalla primogenitura e ricevette solo il casale Rachalmemi (sito presso il
casale Pichadaci e la terra di Buccheri, e i tenimenti Bulchassina e Thadera)
che il 19.9.1337 vendette per 200 onze ad Artale Alagona (Giuffrida, 1978, 26-
27). Successivamente Riccardo tornò in possesso del casale (cfr infra, Rodorico
Montalto) ma, per essersi ribellato al sovrano, quel casale fu confiscato e
assegnato al di lui fratello Giovanni. Tornato alla fede regia, il 23.4.1361 re
Federico IV reintegrò Riccardo nei suoi beni burgensatici e feudali (Asp, C, 7,
373), e il 30.4.1361 prescrisse a Turgisio Montalto, figlio del defunto Giovanni,
di consegnare al fratello Riccardo il casale Rachalmemi (Asp, P, 2, 71).
* Nel 1345 Rodorico Montalto (si tratta forse di Riccardo ?), domiciliato a
Catania, fu chiamato a corrispondere l’adoa per un cavallo armato e mezzo.


* Il 29.3.1365 il siracusano Filippo Montalto acquistò dal catalano Bernardo
Rubeo il feudo Prato con orto e case chiamate Manistalla, in territorio
di Siracusa per 250 fiorini. Il 28.2.1377 il nobile Filippo Montalto, sposo di
Simona, emancipò dalla patria potestà il figlio Turgisio donandogli il tenimento
Prato, le terre dette Joseph in contrada Mulotta e l’orto Manistalla
(Asp, Pergamene varie, 173).


- Il figlio Turgisio Montalto, che nel 1377 doveva contrarre matrimonio con
Bernardella Mulotta (Asp, Pergamene varie, 173), il 25.5.1392 risulta titolare
di tre feudi: Mulotta (in territorio di Siracusa), Lu Pratu (in territorio di Siracusa),
e Archimusa (in territorio di Lentini) (Gregorio, 1791-92, II, 478). È da
identificare col Burgensio Montalto che prese investitura il 15.11.1396 (Barberi,
I, 324), e col Troisio Montalto titolare dei feudi Mulotta e Prato nel ruolo
del 1408 (Muscia, 1692, 86).

 

 

 

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SANT'ANDREA DI BUCCHERI

 

 

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