Polizello
1500-500 a.C.

Planimetria
IGM 1:25.000
settlement = insediamento(area abitativa)
La
Montagna di Polizzello
A
due passi da Mussomeli, al centro della Sicilia, ecco Polizzello (o
Polizello), un misterioso e bellissimo belvedere sulla Sicilia centrale.
Alla
base della montagna è l'omonimo feudo, oggi praticamente con
poche casette. La casa padronale con chiesetta annessa regge quasi
per miracolo.
A
sovrastare questo borghetto, ad 877 mt s.l.m., è la Montagna.
Quassù
la Storia è con la S che vedete.

La Montagna di Polizello.
(clicca sulla foto per ingrandirla)
Ecco
la Sicilia favolosa, la Sicilia del grano
Immersi
dentro campi sia di grano sia di prato, saliamo verso la cima.
Il
panorama si allarga e diventa incantevole contestualmente alla scalata.

La strada percorsa per raggiungere la cima:
si capisce la grandiosità del panorama ?
(clicca sulla foto per ingrandirla)
Una
volta in cima la Sicilia si inchina ai 4 punti cardinali.

Panorama a sud: si vede Monte Paolino,
il dominatore di Sutera
(clicca sulla foto per ingrandirla)
La
vetta: millenni di vita

(clicca sulla foto per ingrandirla)
La
Montagna di Polizzello (877 m s.l.m.), rappresenta uno dei siti chiave
per la comprensione delle dinamiche socio-politiche delle comunità
indigene della Sicilia centrale tra gli inizi della protostoria e
l'ingresso nel mondo greco coloniale.
L'insediamento
è articolato su diversi livelli, sfruttando una serie di ampie
terrazze, che si aprono sulle pendici scoscese della montagna, ed
un vasto altipiano che la incorona.
Le
capanne della preistoria
La
prima occupazione umana del sito risale all'età del Bronzo
Antico (XIX-XVI secolo a.C.), cui si riferiscono alcune tombe castellucciane
a grotticella artificiale ed una capanna circolare con ricche suppellettili,
ubicate alle pendici orientali della montagna.
La
foto sotto indica perfettamente sia i resti che la ricostruzione di
queste capanne che avevano il tetto in frasche o paglia e la struttura
portante in pietra dove erano infissi dei legni.
Erano
abitazione Sicane (consulta l'Entrobolario
per sapere chi sono).

foto dal sito www.archeomatica.unict.it
I
recinti sacri (sacelli)
L'area
dell'acropoli (la cima) è occupata dai ruderi di una serie
di edifici sacri prevalentemente circolari.
Dopo
alcuni secoli di buio, la frequentazione riprende tra l'XI ed il IX
secolo, per poi fiorire pienamente tra l'VIII ed il VI a.C., in cui
il centro di Polizzello raggiunge il suo apice abitativo e culturale.
Qua
si sviluppa l'area sacra del centro, delimitata da un monumentale
recinto che segue il margine della terrazza, con una serie di edifici
circolari, i cosiddetti sacelli (consulta l'Entrobolario
per sapere cosa sono), che rappresentano i luoghi di culto
e i thesauroi, cioè dove venivano conservate le offerte votive
(una sorta di cassa statale in tempi di guerra).

Santuario indigeno caratterizzato dalla presenza di grandi recinti
sacri a pianta circolare e mistilinea, comunemente chiamati sacelli
e denominati con le lettere dell'alfabeto A,B, C, D, E.
.jpg)
Foto di Dario Palermo
In
qualche maniera si possono ancora immaginare le banchine e le piastre
di cottura per i riti sacrificali, su cui giacevano piccole offerte
rappresentate da metalli e vasellame.
Senza
dubbio il più ricco è il cosiddetto sacello B, dotato
di una lunga banchina anulare, che interessava oltre la metà
del sacello, un altare quadrangolare ed un lungo e stretto recinto-recesso
addossato alla parete interna.



Il sacello B;
due sacelli limitrofi
(clicca sulle foto per ingrandirle)
All'interno
di esso sono state messe in luce numerose deposizioni caratterizzate
a volte da un numero molto elevato di oggetti di vario tipo, nella
quasi totalità dei casi integri o in ottimo stato di conservazione.


Foto di Dario Palermo http://dariopalermo.splinder.com/
Di
eccezionali dimensioni e tecnica costruttiva il sacello E, una monumentale
struttura a muri anulari concentrici, con diametro massimo di 14,70
m. L'anello più esterno, formato da blocchi piuttosto regolari,
costituirebbe il muro perimetrale di un sacello databile intorno al
IX sec., con un unico pavimento in argilla battuta; al centro era
posizionato un enorme focolare con ingenti tracce di bruciato e depositi
di ossa animali.

Questi
sacelli hanno restituito numerose offerte caratterizzate dalla presenza
di oggetti esotici, quali manufatti in ambra, avorio e pasta vitrea.
L'area centrale dell'acropoli, ospitava un grande recinto rettangolare,
databile nel corso del VI secolo a.C., intorno al quale si sviluppava
un selciato che costituiva un vero e proprio piazzale correlato agli
edifici sacri in uso in quel periodo.
La
Casa Temenos
Sul
lato orientale dell'acropoli, a ridosso del muro di temenos è
stato individuato un grande edificio residenziale, composto da più
ambienti, con tetto in tegole a singolo spiovente, databile alla fine
del V secolo a.C., e denominato Casa del Temenos.


La cosiddetta Casa Temenos: in alto così
com'è e sotto com'era
(clicca sulla foto per ingrandirla // foto dal sito www.archeomatica.unict.it
Il
tridente bronzeo e gli altri ritrovamenti

Forse
il simbolo di Polizello è il suo bellissimo ed inesplicabile
bronzetto votivo.
Si
trova al museo archeologico di Caltanissetta.
Potrebbe
rappresentare una figura umana, chiaramente stilizzata.
Nella
foto sottostante la comparazione con altri simboli simili (Il
medioevo ellenico, Luciano Rizzuti).

(clicca sulla foto per ingrandirla)
Splendidi
anche gli altri ritrovamenti.
Questo
elmo bronzeo riporta subito alla mente film di guerre storiche, battaglie
della falange greca ...

Foto di Dario Palermo http://dariopalermo.splinder.com/
Tra i vari
ritrovamenti una stupenda Oinochoe trilobata con la quale i Sicelioti
(greci di Sicilia) si versavano il vino.
Polipoforme
...

Foto di Dario Palermo http://dariopalermo.splinder.com/
Una
casa siceliota
Nel
ricordarvi che i Sicelioti erano la razza formatasi, nell' VIII secolo
a.C., per accoppiamento tra i neo arrivati maschi greci e femmine
indigene di Sicilia, andiamo a fare una bella scoperta.
L'area
dell'abitato siceliota (VIII-V sec a.C.) si sviluppa sull'ampia terrazza
mediana meridionale.
Qua
si notano ruderi di quelle che dovevano essere delle abitazioni.
Sono
rimasti, anche in questo caso, muri perimetrali leggermente affioranti.

Casa siceliota
ricostruita
(clicca sulla foto per ingrandirla // foto dal sito www.archeomatica.unict.it
)
Un'appendice
più occidentale degli edifici di residenza, potrebbe essere
rappresentata da una grande struttura rettangolare a più vani,
databile con diverse fasi tra il VII ed il V a.C., che si trova su
un piccolo pianoro ad Ovest dell'acropoli.
La
necropoli
La
necropoli del sito si articola in diversi gruppi lungo il costone
orientale della montagna. La tipologia tombale più diffusa
è tomba a camera rettangolare, priva di dromos, con inumazioni
plurime a carattere familiare.
Sono
attestati inoltre, enchytrismoi infantili e ossari ricavati nelle
fenditure della roccia in seguito allo svuotamento dei sepolcri per
il riuso.
Di
notevole interesse sono strutture cultuali, poste su piccole terrazze
di fronte alle tombe, come recinti e altari litici accompagnati da
deposizioni di straordinaria ricchezza, correlate al culto dei defunti.

Perchè
Polizello
E'
il nome che ci è arrivato a noi e che identifica senza alcuna
possibilità di errore, il fratello dei più noti Gerone
e Gelone (consulta l'Entrobolario
per sapere chi erano).
Chissà
come si chiamava prima di così ...
Garufi
e Silvana
A
Polizello, durante la primavera, si possono raccogliere i Garufi così
come sono chiamati dagli abitanti del posto.
E'
una specie di asparago selvatico che si può mangiare così
com'è, ad insalata o scottato.
L'ho
raccolto per la nostra chef Silvana che quella stessa sera ne fece
piatto per i fortunati avventori.

clicca sulla foto per ingrandirla
Giovanni
Vallone
Video
bassa definizione - attendere qualche istante
prima della visione

POLIZZELLO
2
|
Un'opinione
doc: Rosalba Panvini
[ ... ] Più all’interno i Geloi si erano spinti fino
a Marianopoli e a Polizzello, nella media Valle del Platani, mentre
il sito indigeno di Vassallaggi risultò ellenizzato solo nel
VI sec. a.C. ad opera degli abitanti di Agrigento (Akragas), la subcolonia
di Gela, fondata nel 588 a.C., ma diventata in breve tempo una città
tanto importante da superare in grandezza la stessa colonia madre.
Nel Museo di Caltanissetta sono in mostra moltissimi reperti che permettono
di seguire i modi ed i tempi in cui si attuò tale processo
di ellenizzazione; [...]
Le notevoli scoperte archeologiche, succedutesi in questi ultimi decenni,
hanno contribuito ad arricchire le collezioni del Museo con altri
materiali, dal cui studio sono emersi dati rilevanti circa l’organizzazione
di siti indigeni, caratterizzati, come nel caso di Polizzello, da
manifestazioni autonome e spesso indipendenti da quelle dei Greci,
che pure avevano diffuso il proprio patrimonio di cultura e tradizioni
artistiche.
Polizzello è un centro prossimo a Mussomeli, nel cuore della
Sikania, del quale sono oggi in gran parte conosciute le necropoli
rupestri con tombe a camera scavata nella roccia, l’acropoli
con gli edifici di culto di tipo telesterico, nonché l’abitato
sorto sul terrazzo naturale, ai piedi della stessa acropoli (VIII-VII
sec. a.C.).
I reperti recuperati nel corso degli scavi ivi condotti negli ultimi
anni sono esposti nella sala V al centro della quale il visitatore
può ammirare i tre bronzetti provenienti dai sacelli dell’acropoli:
due di essi raffigurano un offerente con patera nella mano destra,
mentre un terzo e più noto, nella forma di tridente, riproduce
una figura umana stante estremamente stilizzata, che richiama esemplari
di epoca tarda micenea del tipo cosiddetto a Y (VII sec. a.C.).
Sempre nella medesima sala possono essere ammirati i pregevoli corredi
ceramici e bronzei delle necropoli di quel sito indigeno, tra i quali
si segnalano, per la particolare fattura, i vasi a calice con decorazione
plastica riproducente in maniera stilizzata la testa del toro.
Un simbolo questo che ricorre pure in forma plastica sul corpo di
alcune anforette a decorazione lineare dipinta facenti parte delle
deposizioni funerarie delle tombe di Polizzello (VIII-VII sec. a.C.).
Rosalba Panvini
soprintendente Caltanissetta
Un
altro archeologo DOC: Dario Palermo
La testimonianza più cospicua del santuario nella prima metà
del secolo VI è senz'altro il più volte ricordato complesso
di deposizioni sul pavimento superiore dell'edificio circolare B,
un complesso stupefacente per le sue caratteristiche e per le vicende
che hanno portato alla sua formazione e alla sua conservazione.
Su quel pavimento infatti, protetti solo da un sottile
velo di terra e pietrame, si sono conservati fino a noi praticamente
tutti gli oggetti che vi si trovavano deposti nel suo estremo momento
di vita, allorchè l'edificio e l'intera area sacra vennero
abbandonati.
L'abbondante quantità di ceramica greca che
vi si trovava depositata, accuratamente studiata da K. Perna, consente
di fissare ragionevolmente il termine ultimo di vita del deposito
a ridosso della metà del VI secolo, probabilmente nel decennio
560-550.
Lo strato di deposizioni, e l'intero pavimento, furono
in quel momento a nostro giudizio volontariamente occultati mediante
una copertura di terra e pietrame per sottrarne il contenuto al deterioramento
delle intemperie o al saccheggio; questo semplice accorgimento, attraverso
vicende di cui non possiamo avere nessuna idea, ha consentito per
un fortunato ed irripetibile concorso di circostanze la conservazione
fino ad oggi dell'intero complesso attraverso più di due millenni
e mezzo.
A partire da quel momento l'acropoli di Polizzello sembra rimanere
abbandonata, e solo pochi e isolati episodi di vita, sui quali ritorneremo
più avanti, ne attestano l'occupazione nella seconda metà
del VI secolo e poi soprattutto tra la fine del secolo e gli inizi
del successivo.
La cronologia degli eventi potrebbe lasciar pensare che la fine delle
deposizioni, l'abbandono, sia pure non definitivo, del santuario,
che certamente non prosegue nelle forme monumentali di prima ma che
comunque mostra i segni di una modesta ed episodica attività
residuale, segnino la fine del centro di Polizzello come organismo
politico autonomo, fine che probabilmente va ricondotta alla politica
aggressiva del tiranno akragantino Falaride, rivolta verso le città
dell'entroterra sicano ma in ultima istanza segnata da una volontà
di conquista nei confronti di Himera.
Proprio in questo nesso storico che collega le due colonie delle
opposte coste dell'isola, e che inevitabilmente finisce col coinvolgere
i territori indigeni che fra di esse si estendono, va a nostro giudizio
ricercata la chiave interpretativa che ci consenta di decrittare la
complessa situazione messa in evidenza dallo scavo dell'edificio B,
con il suo straordinario complesso di deposizioni, doni votivi, immagini
sacre, residui di azioni liturgiche, quale esso si è presentato
agli occhi degli scavatori.
Il piano di calpestìo dell'ultimo pavimento era infatti letteralmente
costellato di deposizioni votive; il fuoco cultuale del complesso,
però, e la serie delle deposizioni più ricche, sembravano
concentrarsi sopra ed intorno ad una sorta di basso podio, un blocco
quadrato di pietrame, probabilmente ricavato da uno spezzone di muro
più antico, adiacente al muro occidentale dell'ambiente. Al
di sopra di esso si rinvenne ancora deposta una figurina fittile di
guerriero barbato, armato di elmo di tipo greco con alto cimiero e
scudo oplitico rotondo, caratterizzato quindi chiaramente come guerriero
greco, e per il resto completamente nudo; la caratteristica più
evidente del personaggio raffigurato è però quella di
una vistosa itifallia.
Si tratta evidentemente di un personaggio che per i suoi attributi
mostra un evidente riferimento al mondo greco, ma di cui nel contempo
è messa in evidenza la potenza virile e, in conseguenza, la
capacità riproduttiva; dobbiamo vedere quindi in esso la figura
di un eroe progenitore.
Tutt'intorno al cubo di pietra si disponevano ricche deposizioni
contenenti armi, ceramiche ed altri oggetti. Subito a Nord di esso
giaceva ai suoi piedi una grande punta di lancia in ferro, la maggiore
di quante si sono rinvenute nell'ambiente, e accanto ad essa un gruppo
di crani di cinghiale.
Per le sue dimensioni, circa 0,74 m, questa lancia non può
di sicuro essere considerata una semplice arma da guerra. In essa
dobbiamo vedere piuttosto un'arma simbolo, o una specie di lancia-scettro
come quelle che vediamo portare nelle raffigurazioni vascolari ai
regnanti dell'epos omerico; e non c'è dubbio che la presenza
delle teste di cinghiale, con il loro richiamo alla caccia dello stesso
animale, accentui ulteriormente il richiamo già evidente alla
ideologia aristocratica omerica.
L'elemento più cospicuo della deposizione 9, che si trovava
sparpagliata nell'area immediatamente a S e ad E del podio litico,
è senz'altro il rarissimo elmo bronzeo di fabbrica cretese
che vi è stato rinvenuto.
Su di esso, sulle sue caratteristiche tipologiche e sulla sua collocazione
cronologica, sul possibile significato storico della sua presenza
a Polizzello, ho già avuto modo di intervenire in altre occasioni
alle quali rimando; rimane però da dire che quest'elmo, nel
contesto in cui è stato rinvenuto, sembra far parte in senso
lato di una grande panoplia che comprende oltre ad esso le lance che
abbondano fra i doni votivi, tra le quali quella di grandi dimensioni
sopra ricordata, ed uno splendido scudo rotondo di tipo oplitico la
cui esistenza è testimoniata dalle due bellissime figure di
delfino guizzante in lamina di bronzo della vicina deposizione 11,
le quali dovevano costituire insieme l'epìsema dello scudo
medesimo.
L'associazione di elmo, scudo e lancia riproduce perciò il
tipo di armamento che abbiamo visto indossato - con la sola assenza
della lancia, che però data la mancanza degli arti non sappiamo
se in origine fosse presente - dalla figura fittile itifallica; la
presenza dei crateri, delle coppe di fabbrica greca, l'utilizzo della
libagione come rito prevalente non fanno altro che accentuare questa
fortissima componente ellenica che si accompagna però ad una
evidente simbologia di carattere riproduttivo non assente in altre
rappresentazioni umane della Sicilia indigena e come tale probabilmente
legata all'ambiente locale.
Su quale fosse l'importanza simbolica ed ideologica dello scudo -
e come si vedrà di questo scudo in particolare - abbiamo d'altra
parte diverse altre testimonianze di carattere iconografico nel contesto
sicano e nella stessa Polizzello.
Intendiamo riferirci in primo luogo alla famosa oinochoe del Museo
di Palermo, caratterizzata dal motivo decorativo a torto detto "del
polpo". Sulle due facce del vaso, infatti, vi è rappresentato
due volte lo stesso personaggio, completamente nudo, non itifallico
ma con il sesso bene in evidenza, che porta come unico attributo un
grande scudo rotondo ed ha in capo un curioso copricapo a larghe falde
o appendici ricurve.
Lo stesso copricapo è indossato da un personaggio a cavallo
rozzamente raffigurato su uno dei quattro scomparti figurati della
cosiddetta "lancella" o meglio anfora ad anse verticali
anch'essa pubblicata dal Gabrici e conservata al Museo di Palermo.
Vicino a questo personaggio è inciso un motivo apparentemente
di carattere geometrico: si tratta di un cerchio con corona circolare
e area centrale divisa a spicchi, nel quale non è difficile
riconoscere la rappresentazione di uno scudo rotondo nello stesso
schema iconografico dei cosiddetti "scudetti" o "clipei"
fittili che compaiono numerosi nelle aree sacre dell'area sicana,
riproducendo certamente uno schema tipologico e probabilmente un significato
ideologico e una valenza cultuale per i quali è possibile ipotizzare
un'origine dall'ambiente cretese arcaico.
Proprio a questa classe di oggetti mi sembra possa fare riferimento
un altro straordinario oggetto di recente rinvenuto da R. Panvini
negli scavi della necropoli di Polizzello. Si tratta in questo caso
di una sorta di bassa coppa, dotata di piede a disco, ma decorata
solo nell'esterno della vasca, e per questo visibile soltanto in posizione
rovesciata; la presenza di una coppia di forellini sull'orlo, che
indica che fosse destinata ad essere come quelli appesa, rafforza
l'idea della appartenenza anche di questo oggetto al gruppo dei clipei
indigeni.
La decorazione della vasca comprende figure di volatili e soprattutto
un fregio di delfini guizzanti, motivo unico nella produzione vascolare
indigena siciliana: l'associazione fra il tipo dello scudetto e la
presenza del delfino ci sembra un preciso indizio che l'ispirazione
per questo esemplare possa essere venuta proprio da uno scudo come
quello della deposizione 11.
Un'altra straordinaria e di sicuro inattesa documentazione dell'importanza
dello scudo con i delfini nel centro di Polizzello è recentemente
emersa casualmente e purtroppo in questo momento senza possibilità
di verifica: essa ci sembra ugualmente significativa e da segnalare,
anche se ci manca per il momento il necessario riscontro autoptico.
In una collezione privata catanese, oggi sotto sequestro giudiziario
e quindi inaccessibile allo studio, avevamo già diversi anni
fa potuto esaminare due bronzetti a figura umana, appartenenti al
noto e già ricordato tipo dell'offerente, e che peraltro sono
già stati pubblicati, anche se senza una documentazione fotografica
completa, dal proprietario.
I due bronzetti hanno entrambi una precisa indicazione di provenienza
proprio dalla Montagna di Polizzello e presentano, rispetto agli altri
offerenti, oltre alla solita phiale emisferica nella mano destra,
un largo oggetto circolare piatto nella sinistra, sulla cui faccia
superiore si distingue bene la presenza di due figure di pesci disposte
nello schema inverso, testa contro coda, caratteristico degli episémata
degli scudi ed ipotizzabile anche nel caso dello scudo dell'edificio
B.
I due offerenti, insomma, sui quali dobbiamo naturalmente conservare
tutte le possibili riserve dovute alla mancata conoscenza dei loro
contesti di rinvenimento, sembrano così portare e offrire proprio
quello scudo di cui si sono conservati i resti nella deposizione 11,
confermando non solo il ruolo dello scudo in genere nel culto già
suggerita dalle altre rappresentazioni, ma anche l'importanza e la
particolare solennità dell'evento specifico della dedica proprio
di quell'oggetto, che dobbiamo in conseguenza ritenere che rivestisse
un significato speciale nell'ambito del santuario e dell'intera comunità
della Montagna di Polizzello.
Dobbiamo chiederci a questo punto se è possibile identificare
la figura eroica alla quale in questo momento venivano prestati i
culti nell'edificio B. La concentrazione dell'interesse sullo scudo,
e lo speciale significato che evidentemente è attribuito a
quell'arma, potrebbe far pensare che si tratti dell'eroe sicano "dallo
scudo lucente" e cioè quel Leukaspis che secondo Diodoro
Siculo aveva combattuto contro Eracle insieme ad altri eroi della
stessa stirpe anch'essi dal nome parlante, e che poi curiosamente
vediamo transitare nella tradizione mitologica greca e nell'orizzonte
delle credenze dei mercenari campani del IV secolo, che lo rappresentano
nelle loro monete siciliane appunto come un giovane eroe armato di
lancia e di scudo.
Il fatto che questo eroe venga chiamato con un attributo e non con
un nome vero e proprio lascia però pensare che esso possa in
realtà nascondere l'identità del personaggio originario.
Il convergere di una serie di coincidenze mi ha indotto a pensare
che l'eroe venerato nella prima metà del VI secolo a. C. dai
Sicani di Polizzello e raffigurato nella figuretta fittile dal fallo
eretto non sia altri che l'eroe omerico Odisseo, caratterizzato nella
circostanza come progenitore della città o forse dell'intero
ethnos dei Sicani.
Alla figura del re di Itaca, infatti, che dopo gli studi di I. Malkin
sappiamo bene come fosse utilizzata di frequente nei processi di intermediazione
culturale e politica fra greci e indigeni in varie parti della Magna
Grecia e Sicilia, e le cui prerogative di eroe progenitore sono evidenti
già nella tradizione epica greca, a partire dal famoso passo
della Teogonia di Esiodo che lo indica come antenato del popolo dei
Tirreni, mi ha fatto pensare in un primo momento la constatazione
dell'impressionante coincidenza fra il tipo di offerte rinvenute nell'edificio
B di Polizzello e la descrizione che fa Plutarco del santuario delle
Matéres di Engyon, dove gli anathémata più antichi
e preziosi erano proprio le lance e l'elmo ivi depositati per l'appunto
da Odisseo e dall'eroe cretese Merione in occasione del loro nòstos
da Troia.
La coincidenza, che aggiunge in qualche modo elementi verso l'identificazione
del santuario di Polizzello come luogo di culto dedicato alle Matéres,
così come quello maggiore di Engyon, sommandosi ai numerosi
elementi di origine cretese che è possibile individuarvi, viene
così a ricollegarsi alla precisa caratterizzazione di etnicità
ellenica dell'eroe, nonché a tutti quegli elementi di ideologia
aristocratica, a volte non privi di un riferimento diretto all'epica
omerica, che abbiamo già potuto identificare nel complesso
delle deposizioni dell'edificio B.
Vi è però un secondo passo del medesimo Plutarco che
aggiunge al quadro che abbiamo testè delineato un elemento
di fortissimo peso, a nostro giudizio pressoché decisivo.
Nella sua opera morale sulla intelligenza degli animali di terra e
di mare, lo storico di Cheronea afferma infatti che il primo a porre
l'immagine del delfino sullo scudo fu per l'appunto Odisseo, e aggiunge
che ciò è testimoniato da Stesicoro di Imera, il grande
poeta e creatore di leggende, legate soprattutto ai nòstoi
degli eroi omerici, il quale visse e operò proprio nei medesimi
anni in cui si andava formando il deposito dell'edificio B di Polizzello.
Non saremmo alieni dall'attribuire un significato legato alla figura
di Odisseo anche ad un altro documento figurato che proviene dallo
stesso contesto. Intendiamo riferirci al bronzetto rinvenuto da E.
De Miro negli strati superiori dell'edificio B; il suo punto di ritrovamento,
chiaramente segnato nella pianta dei rinvenimenti pubblicata da R.
Mambella, dimostra infatti con chiarezza che esso proviene proprio
dalla stessa area delle deposizioni di cui abbiamo sinora discusso.
Il bronzetto rappresenta anch'esso una figura di offerente nudo che
regge in mano la phiale, ma presenta rispetto agli altri esemplari
conosciuti due particolarità che lo rendono unico: il copricapo
a bassa calotta con piccole falde che porta sul capo e l'oggetto che
regge nella mano sinistra, spesso interpretato come un frutto. In
realtà l'oggetto è troppo grande per essere un frutto;
attentamente esaminato, esso mostra con chiarezza, pur nella rozzezza
e approssimatività della rappresentazione, la presenza di un
cordone che corre sulla parte superiore e suggerisce la chiusura del
voluminoso oggetto tondeggiante, il quale è quindi meglio interpretabile
come un sacco o forse un otre. L'otre e il gesto dell'offerta richiamano
immediatamente diverse vicende narrate nell'Odissea, ma in modo particolare
quella del Ciclope Polifemo, messo a dormire tramite una generosa
offerta di vino puro e quindi accecato da Odisseo e dai suoi compagni.
E ad Odisseo ci sembra possa ricondurre anche il copricapo che porta
il personaggio, non troppo dissimile, pur nella rozzezza della rappresentazione
dal pileo o dal cappello da viaggiatore a piccole falde che proprio
a partire dal VI secolo a.C. caratterizza costantemente l'iconografia
dell'eroe di Itaca.
È noto infatti che fino al VII secolo e agli inizi del VI la
figura di Odisseo non è ancora caratterizzata iconograficamente,
mentre nel corso del VI secolo essa assume dei caratteri propri, rendendo
il personaggio riconoscibile soprattutto per la presenza del copricapo
da viaggiatore, che la accompagneranno nel corso dei secoli successivi.
Ci chiediamo se il poter identificare queste caratteristiche in un
momento così antico, ben anteriore alle rappresentazioni finora
conosciute, e per di più in un bronzetto di ambiente non greco,
non possa significare che ci troviamo davanti al primo fortuito riflesso
di una nuova invenzione iconografica destinata nei secoli successivi
ad avere molta fortuna, e probabilmente attribuibile al genio inventivo
e alla fantasia creatrice e interprete di miti proprio di Stesicoro
di Imera.
In questa prospettiva, non è impossibile che anche i due bronzetti
con lo scudo sopra ricordati possano rappresentare il medesimo eroe,
al quale ben si adatterebbero d'altra parte anche tutti gli elementi
di ideologia aristocratica sopra ricordati nonché - è
appena il caso di ricordarlo - l'offerta delle teste di cinghiale.
Se veramente il complesso delle dediche delle deposizioni dell'ultima
fase dell'edificio B è riconducibile ad un culto prestato ad
Odisseo, venerato come eroe progenitore dei Sicani, è a nostro
avviso evidente che l'introduzione di questo culto - e probabilmente
del medesimo epos omerico, accompagnato agli elementi di ideologia
aristocratica che nel contempo pervadevano la società sicana
- non possa che iscriversi nel contesto dei rapporti fra Himera e
l'entroterra indigeno, che doveva agli imeresi sembrare vieppiù
importante strategicamente dato l'irrompere nel quadro della Sicilia
centrale della politica bellicosa di Falaride.
La particolare attenzione degli imeresi nei confronti degli indigeni
poteva infatti ben essere mirata alla costituzione di una alleanza
greco-indigena in funzione della resistenza anti-akragantina, e alla
costituzione di un territorio-cuscinetto formato dalle città
sicane intermedie fra Himera e Akragas; in questo quadro la straordinaria
attività mitopoietica di Stesicoro, del quale peraltro le fonti
ricordano l'azione anti-falaridea, poteva tornare particolarmente
utile per la ideazione di una attività propagandistica incentrata
sulla figura del progenitore Odisseo, attraverso la quale le èlites
indigene del territorio potessero raggiungere la consapevolezza di
una origine comune con i greci e quindi facilitare i processi di alleanza
politica.
Non ci meraviglierebbe poi che nel prosieguo del tempo, questo Odisseo
così fortemente caratterizzato dalla presenza dello scudo,
e il ricordo dello scudo medesimo, possano aver generato la memoria
dell'esistenza di un eroe sicano "dallo scudo lucente".
(Il mio doveroso ringraziamento, oltre che alle co-curatrici
del volume, va al personale tutto della Soprintendenza di Caltanissetta,
al Responsabile del procedimento Arch. Crisostomo Nucera, e ai miei
preziosi collaboratori Eleonora Pappalardo, Katia Perna e soprattutto
Davide Tanasi a cui si deve la conduzione e la documentazione dello
scavo di questo complesso).
Dario Palermo
L'articolo proviene dal volume "Polizzello. Scavi del 2004 nel
santuario arcaico dell'acropoli", a cura di Carla Guzzone, Rosalba
Panvini e di Dario Palermo, che comincerà tra poco la sua diffusione.
È stata trascritta sopra una parte del capitolo conclusivo,
autorizzata dall'autore.
http://dariopalermo.splinder.com/
Attenzione:
queste schede hanno bisogno del sostegno culturale di tutti. Se ne
sapete di più o trovate qualche imperfezione non esitate a
comunicarcela. Basta mandarci una mail a:
sicilia@ilconsole.it